L’Araba Fenice

Senza titolo
Bestemmiare come l’Araba Fenice durante il Diluvio universale non è cosa facile. Posso soltanto dire che in quell’occasione le pagine dell’Antico testamento relative all’alluvione s’immolarono tramite autocombustione pur di far cessare quell’inaudita vergogna blasfema. Il sacrificio non fu del tutto vano poiché rimase allagata la sola zona del Seveso nei pressi di viale Zara. Tuttavia ci furono delle conseguenze poiché a causo del reflusso delle acque si allagarono le fonderie di Efesto il quale aveva sul libro paga (e contributi) proprio l’AF, che oltre tutto dava anche il cattivo esempio alle maestranze risorgendo dalle proprie ceneri senza tenere in considerazione i costi di produzione. Per cui la licenziò, a meno che non accettasse un contratto part time. Rifiuto netto e sdegnoso e contro mossa strategica del fronte padronale chiamato a raccolta, tra gli altri con Vesuvio, Etna e Stromboli: a quei pezzenti serve una lezione. “Ghe pensi mì”, disse Vesuvio e in quattro e quattro otto trasformò Pompei in carbonella.
Grande fu lo sdegno popolare ma, forse, un po’ meno la reazione. All’appello dell’Araba Fenice rispose la moltitudine, con martelli e fiamma ossidrica, ma in tempo di crisi bisognava agire con cautela, fece notare la Commissione interna. Il dibattito avvenne in un clima franco e intenso, finché si giunse a una soluzione di compromesso grazie a un sottile gioco di parole e di allusioni a futura memoria: non metteremo a ferro e fuoco il paese, ma gli regaleremo un bell’autunno caldo.

 

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