My name is Pan, Peter Pan

Dice la scienza medica che le persone anziane affette da sporadiche regressioni infantili, che si manifestano di fronte a particolari condizioni di disagio, accusano i propri simili di ostacolare lo sviluppo della propria autostima. Non entro nel merito, però devo ammettere che quando vado all’osteria e mi sento salutare con un “ciao vecio” a me girano le balle e quando mi girano io regredisco, cioè mi viene voglia di farne secchi almeno un paio alla volta, perché è risaputo che nei bambini l’aggressività è sempre latente e potenzialmente omicida.
Dice la tipa che ha preso a cuore il mio caso che in tali occasioni emerge in me un incontenibile narcisismo, il quale s’incazza e rifiuta l’inconfutabile verità anagrafica: “Lei allora che fa?” mi chiede quella lì, a volte anche minacciando di rifiutarmi il bon bon se non dico la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità. “Che faccio?! Telefono alla mia mamma, che da qualche parte, giù in cantina, deve avere ancora una Machinenpistole MP41 fregata a un crucco durante la guerra partigiana.”
“E poi?”
“Nanin, te l’ho detto mille volte che è arrugginita.”
Ecco, la regressione infantile comporta la richiesta di protezione e io, a quante pare, non trovo di meglio che rifugiarmi nell’abbraccio protettivo della madre. Ma qui la faccenda incomincia a puzzarmi un poco, perché la mia mamma, quand’ero piccolo, mi prendeva a zoccolate dalla mattina alla sera. Poi però mi augurava la buonanotte con un sorriso: “Amore, adesso dormi, che domani ti do il resto.” Ora voi capite che il mio “locus esterno” presenta qualche incasinamento già all’origine: sarà stato il fato?
Sui miei comportamenti vi sono comunque altre apprezzabili teorie, le quali si basano principalmente sulle ripercussioni subite dalla mia ristretta e selezionata cerchia di amicizie. Il Ponchielli (così chiamato perché di nome fa Amilcare e si dà arie da sapiente) sostiene che non si tratta di regressione infantile bensì di “neotenia psichica”. Nell’intervallo tra il primo e secondo tempo del derby stracittadino, a fronte dei miei commenti salaci (“Quel gol lì lo facevo anch’io seduto sul water”) disse papale papale che il mio male era dovuto alla sindrome di Peter Pan, perché è scientificamente provato che un gol con doppia rovesciata carpiata non può realizzarsi stando accucciati sulla tazza del cesso. In altre parole, il mio sarebbe un palingenetico rifiuto nei confronti del mondo degli adulti. Nella medesima occasione il Romano Sbaruffati, contrariato per il risultato e per la “sbroffata” dell’inclita, disse chiaro e tondo che lui i “lattanti pirlometrici e bauscioni” manco li cagava: “Peter Pan quello lì?! Ma neanche se gli regali il Piccolo Meccano n°1 riesce a cavarne qualcosa di simile a un carrello!”
In effetti un pianale, due assi e quattro ruote mi sembra tempo perso. Con l’aiuto del Pongo, molto pratico per la sua malleabilità, sto progettando una piattaforma mobile per la messa in orbita di un razzo Saturno. Con la consulenza di Capitan Uncino stiamo progettando un “aggancio” lunare: Flash Gordon ha dato la sua adesione (per chi non lo sapesse è il nonno del comandante Kirk, quello con la maglietta verde pisello).
Chiamatela come vi pare, demenza senile o regressione infantile, ma da quando sono andato in pensione mi sto divertendo come un matto e tendo agguati continui a quel mondo magico che pensavo di avere perduto.

 

3 pensieri riguardo “My name is Pan, Peter Pan

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