Il lato oscuro della… merenda

calvo miniatura

Vigotti, Giovanni. Sul registro era l’ultimo dell’elenco ma di fatto, con quel testone, era il primo della classe e il maestro lo volle davanti a tutti, al centro delle tre file di banchi in accomandita doppia. Accanto sedevo io, che in quanto a circumnavigazione cranica ero ben messo. Divergevano però i contenuti. Lui, il Vigotti, ogni qual volta scuoteva lo scatolone, come minimo saltava fuori un’equazione elevata al cubo e, quand’era l’ora della merenda, estraeva quasi di soppiatto una michetta striminzita spalmata di tremolante stracchino.

Io no, io stavo al primo banco per diritto ereditario: il preside era mio zio e quando giungeva la mezz’ora topica il bidello accompagnava personalmente un cameriere del Biffi per apparecchiare la mia “bisogna” quotidiana, posate comprese; ciò, lo ammetto, creava qualche imbarazzo da parte del cattedratico di turno, ma chi se ne frega! Era quella l’unica occasione in cui il Vigotti sconfinava nel paranormale e allora, bonariamente, veniva redarguito: “Vigotti, Vigotti… Non esagerare…”

Insomma, discendere da nobile casato presentava dei vantaggi, anche quando era giornata d’interrogazioni, ma questa è un’altra storia.

Il mio viciniòre era irresistibilmente attirato dalla merenda che il solerte in giacca bianca sciorinava: un leggero antipasto con uovo in camicia, una entrèe des asperges passe, une petite omelette aux épinards e, per finire, un paio di crevettes de montagne. Il tutto accompagnato da un bicchiere di Chablis.

Poi le lezioni riprendevano il loro normale corso.

Una portata in particolare lo faceva impazzire: “Da dove arrivano i gamberoni di montagna?!”

Scoprii così che lo tenevo per le palle e millantando impossibili conoscenze gastronomiche, degne del Barone di Munchhausen, lo ricattai senza vergogna, dalle elementari all’università, dove mi laureai con una tesi sul lato oscuro della… premeditazione.

 

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